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San Lazzaro

San Lazzaro - frazione di Casarza Ligure

San Lazzaro è stato per secoli un luogo strategico di passaggio, assistenza ai pellegrini e attività produttive, strettamente legato all’acqua del Rio Vallegrande e all’antica viabilità della Val Petronio.
 
L’Ospedale di Adra

•⁠ ⁠La presenza dell’Ospedale dei Lebbrosi di San Lazzaro, detto anche Ospedale di Adra, è documentata almeno dal 1537, ma l’origine dei lazzaretti risale alla fine dell’XI secolo.

•⁠ ⁠La sua nascita è legata alla diffusione della lebbra, probabilmente favorita dai pellegrini, mercanti e crociati che percorrevano l’antica strada romana, chiamata localmente “Muntà dei Pövei”.

•⁠ ⁠L’ospedale rimase attivo probabilmente fino ai primi anni del Settecento. Nel 1739 la cappella dedicata a San Lazzaro risultava già molto decadente e abbandonata.

•⁠ ⁠Nel frattempo la vita pubblica si era spostata verso Casarza, ma San Lazzaro rimase un importante centro abitato e punto di passaggio.

•⁠ ⁠La festa di San Lazzaro veniva celebrata due volte all’anno. Esisteva anche una Fiera di San Lazzaro, che un decreto napoleonico del 1808 spostò dalla primavera al 29 settembre; oggi questa tradizione è sostituita dalla Sagra di San Michele.

 


Il Rio Vallegrande

•⁠ ⁠Il Rio Vallegrande è un affluente del torrente Petronio, lungo circa 3 km, dalle sorgenti sul Monte Moneglia, a oltre 500 metri, fino alla confluenza presso il mercato di Casarza.

•⁠ ⁠È caratterizzato da numerosi affluenti che, durante le piogge, possono portare rapidamente grandi quantità d’acqua.

•⁠ ⁠La presenza dell’acqua e la vicinanza all’antica strada romana favorirono lo sviluppo di attività economiche e artigianali, oltre al servizio ospedaliero per i pellegrini.

•⁠ ⁠I toponimi Castello della Moagia e Case Rissuiolo sono collegati alla produzione dei caratteristici ciottoli, i “risseu” genovesi.

•⁠ ⁠Nel territorio erano presenti anche mulini ad acqua e piccole attività produttive, che rendevano San Lazzaro un borgo particolarmente vivace.

•⁠ ⁠Per la varietà degli ambienti e la presenza di substrati ofiolitici, parte della Vallegrande è oggi compresa nella Zona Speciale di Conservazione (ZSC) “Punta Baffe–Punta Moneglia–Val Petronio”, della Rete Natura 2000.

 

La Fornace

Più o meno a metà degli anni ’20 inizia la storia della fornace per la produzione della calce nera in San Lazzaro. II fautore dell’impresa è stato l’Ing. Fortunato Gardella. In Val Petronio la calce veniva per lo più prodotta localmente laddove vi era vocazione per la presenza di roccia calcarea abbastanza superficiale, onde ottenere la materia prima bastante per i bisogni locali, ma non soddisfaceva la richiesta che andava aumentando con il progredire dello sviluppo sociale. La scelta di San Lazzaro era favorita, oltre che dalla vicinanza dell’importante via di comunicazione detta “Muntâ dei Pövei”, anche dalla presenza di una cava che poteva fornire la pietra calcarea. L’Ing. Gardella prese in affitto il terreno su cui costruì poi la fornace, realizzando anche il necessario collegamento stradale di accesso per il trasporto delle pietre e del carbone per l’alimentazione della fornace, oltreché per la consegna della calce sulle piazze commerciali. L’ottima qualità della calce nera prodotta la rendeva idonea quale succedanea del cemento, oltre agli altri usi, ben noti da secoli. La struttura della fornace consisteva in una torre ove venivano caricate le pietre e il carbone a strati alterni, e dei locali a fianco ove si operavano le fasi successive della lavorazione. La calce, purificata e ventilata, veniva confezionata in sacchi del peso di circa kg. 33,5 ognuno. L’industriosa attività costituì per decenni il rifornimento per le imprese edili della zona e, nel tempo, fu ampliata e rimodernata, spinta dal boom economico del dopoguerra, cambiando financo il nome nel 1953, diventando “Società Casarzese per la Fabbricazione della Calce”.

La piccola impresa ha sostenuto l’economia locale fino a quando, anche a Casarza, cominciò ad essere commercializzata la calce proveniente dalle grandi industrie, con prezzi di mercato più bassi. La fornace di San Lazzaro non funzionò oltre gli anni ’50, lasciando in eredità al Borgo i resti di quell’edificio dalla particolare architettura.

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